| Tempo di Lettura 11' | Autore Steeeve | Da bere Acqua |
Foto da Canva

Bianca era alta e bionda.
Aveva una carnagione intonata al suo nome, un perfetto color latte e un carattere dolce e gentile.

Era quasi impossibile non innamorarsi di lei.

Quando questo capitava però Bianca chiariva sempre il suo assioma:

l’amore non esiste

E poi aggiungeva come per stemperare i toni e non fare troppo male al suo interlocutore «e il lavoro fa male.»

Spesso, forse per sdrammatizzare la prima affermazione, l'altro le rispondeva «ma il lavoro nobilita l’uomo.»

E sempre lei ribatteva «appunto, ma io sono una donna!» e rideva.

Rideva come se fosse la battuta più divertente del mondo.

All’inizio i suoi interlocutori la guardavano straniti ma poi, contagiati dalla sua risata, piano piano cedevano tutti.

Dopo un po', però, tornavano sull'altro argomento, per provare a farle cambiare idea. Cercavano di convincerla dall'alto della loro esperienza che l'amore esiste e che lei si comportava così perché non aveva mai incontrato l’anima gemella. 

Lei rispondeva che l’anima era una cosa legata alla religione, che lei era atea e che di conseguenza per lei non esisteva. Perciò come poteva esistere la gemella di una cosa inesistente?

Bianca era apparsa in paese un giorno, dal nulla.

Per una decina d'anni era stata una manager affermata, una donna in un mondo di uomini.

A suo dire il suo era stato il lavoro più noioso del mondo, aveva resistito fino a che un giorno, non aveva deciso che era ora di cambiare radicalmente la sua vita.

Dal centro di Milano si era spostata a Marina di Pescoluse, un posto scelto più per il nome, che la faceva ridere, che grazie ad una scelta razionale e ponderata.

Diceva sempre «Marina di Pescoluse è la perla del Salento, il posto perfetto per me che sono una Pirla di Milano» e giù a ridere.

Aveva preso una buona liquidazione e con quella aveva acquistato un bar in paese.

Insieme al bar aveva comprato anche l’appartamento al primo piano: diceva che dopo anni di mezzi pubblici a Milano non aveva più voglia di spostarsi la mattina: casa lavoro, una rampa di scale e due minuti di tempo.

A chi glielo chiedeva spiegava di essere venuta lì perché si era rotta di avere attorno gente falsa, squali e approfittatori, voleva tagliare i ponti con tutto, ricominciare da zero in un posto che fosse vero in mezzo a gente vera.

Ogni mattina alle 7 si alzava, faceva colazione e apriva il bar. Lavorava preparando caffè, panini, bicchieri di vino, amari e superalcolici.

In quelle ore il locale era frequentato per lo più dai vecchi del paese, persone abbastanza silenziose, tranne durante le loro partite di burraco dove volavano urla e bestemmie che per la loro originalità la facevano sempre ridere.

Verso le 16 affidava il locale alle sue dipendenti, due ragazze del posto che lo gestivano dall’orario aperitivo in poi. Magicamente il bar alle 18, grazie all'impronta che lei gli aveva dato, si trasformava in locale che pareva di essere a Milano sui Navigli. Era il bar più frequentato del paese.

Ma questa volta era casa sua, e lì vigevano le sue regole.
Tutti potevano entrare, sempre. Nessuno escluso.
Se qualcuno non poteva pagare… avrebbe pagato un'altra volta.
Chi rompeva i coglioni sarebbe stato sbattuto fuori.

Alle 18 e 30, tutti i giorni, scendeva al bar, si sedeva al tavolo che le ragazze tenevano sempre vuoto per lei, si spinava una birra, apriva il suo libro e si metteva a leggere.
Quello era il suo momento sacro. Viveva per quel momento: un po' di rumore attorno, allegria, un buon libro e una birra fresca.

Alle 20 tornava in casa, cucinava qualcosa e mangiava o se non aveva voglia di salire e si serviva al buffet tanto, diceva, è sempre roba che ho pagato io no? E rideva.

Finita la cena aspettava al suo tavolo  l'arrivo di un mix sempre diverso di conoscenti: clienti fissi, persone che venivano a trovarla da ogni parte del mondo e turisti di passaggio che una volta entrati non riuscivano a non tornare da lei. 
Il programma? Chiacchiere fino alla chiusura. Stare al suo tavolo era un’esperienza. Tutti erano bene accetti, si parlava di ogni argomento, dall’alta finanza al calcio, dall’arte medievale alla fisica quantistica, sempre con una birra davanti.

Un altro dei motti di Bianca era «davanti ad una birra sono tutti amici e litigare è un sacrilegio!»

Bianca non viveva per lavorare, lavorava per vivere. Forse proprio per questo il bar era sempre pieno, perché la gente lì ci stava bene. Lì, la gente, si sentiva a casa, come lei.

Ogni tanto Bianca si portava al piano di sopra un uomo, ma erano tutte storie di una notte, due al massimo, lei non voleva nulla di serio, nessun legame duraturo perché… 
Senza un perché, era fatta così.

Fu in una di quelle sere in cui si fermò per mangiare che si conobbero.

Lei aveva appena finito il piatto e stava per riaprire il libro, lui entrò e, come se fosse la cosa più normale del mondo, si sedette di fronte a lei.

Si guardarono per un po’ in totale silenzio, lui era nero come la notte, sporco e un po’ acciaccato, sembrava appena uscito da una rissa. Aveva un comportamento fiero, con un portamento nobile, e osservandolo si aveva la certezza che quello, o quelli con cui aveva litigato ne fossero usciti peggio di lui.

Era grosso e muscoloso e a suo modo, bello.

Dopo qualche minuto di silenzio passati a studiarsi lei si alzò, andò dietro al bancone versò dell’acqua e gliela mise davanti senza dire nulla.

Lui restò fermo immobile, aspettò che lei si risiedesse e cominciò a bere.

Beveva rumorosamente, guardandola fissa negli occhi con quei suoi due pozzi neri, incredibili, grandi, scuri ed espressivi.

Lei provò a prendere il libro e a mettersi a leggere, lui non fece nulla, stava immobile, ma lei continuava a sentire il peso del suo sguardo addosso.

Alcuni uomini si erano avvicinati al tavolo per vedere se aveva bisogno di aiuto, forse giudicandolo pericoloso, lui, girando appena la testa, li aveva guardati in silenzio e loro si erano ritirati.

Dopo pochi minuti Bianca si alzò di nuovo, andò al buffet e riempì un piatto di pezzi di pane, affettati, pizzette e formaggi.
Glielo mise davanti. Anche questa volta lui aspettò che lei si sedesse e in un batter d’occhio spazzolò tutto.

A fine pasto, probabilmente per segnalare il fatto di aver gradito il pasto sempre guardandola negli occhi le ruttò sonoramente in faccia.

E Bianca rise.
Rise così tanto che iniziò a tossire fin quasi a strozzarsi mentre lui la fissava con uno sguardo calmo e profondo.
Fu in quel momento che Bianca capì cosa voleva dire appartenenza
In pochi minuti si sentiva, non si sa come, roba sua e sapeva che per lui valeva la stessa cosa.

Si erano trovati.

Lei che fino ad allora era fuggita da ogni relazione stabile, lei che faceva fatica a chiamare i genitori anche a Natale, lei, un'anima libera, di colpo aveva scoperto quanto un solo sguardo ti potesse potesse incatenare.

Quella sera Bianca, per la prima volta, non si fermò nel locale fino alla chiusura.

Sì alzò, e gli disse "dai Nero, andiamo su a casa che ti dò una ripulita» e uscì dal locale senza voltarsi indietro. E lui la seguì.
Da quel momento nessuno li vide più separati. Erano una cosa sola. Insieme. Sempre.
Lei bianca come il latte, lui nero come la notte. Erano gli opposti che si attraggono.
Per la prima volta Bianca aveva incontrato l’amore, quello unico e totalizzante, quello che non toglie, quello che arricchisce.

Non il lavoro, non la famiglia, non gli amici.
Bianca, che fino ad allora aveva scelto di essere sola, capì che sola non lo sarebbe stata più.

Non sapeva se lui avesse avuto un nome prima di incontrarla ma da quel momento per lei e per tutto il paese lui fu Nero, l’ombra di Bianca.

Vivevano in una simbiosi silenziosa, tanto che molti pensarono che lui fosse muto. Ma non era così, da quando l'aveva vista per la prima volta non aveva più avuto bisogno di emettere alcun suono: loro si capivano con lo sguardo. Dopo un po 'anche Bianca smise di parlare con lui.

Nessuno, da quella prima volta in cui era entrato nel bar, fino a quando morì tredici anni dopo con la testa sulle gambe di lei, lo aveva mai sentito abbaiare una sola volta.

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